Per la verità nel dibattito pubblico

Scrivere un post sulla “Verità” è un’impresa presuntuosissima, destinata al fallimento. Il tema infatti è il nucleo della stessa filosofia ed ogni filosofo che si rispetti l’ha affrontato. Quindi, più modestamente, il mio post affronterà la critica rivolta ai miei post sull’argomentazione:”L’appello alla logica che fai postula l’esistenza di un’argomentazione vera ed una falsa, cioè l’esistenza della Verità, ma questa esistenza è indimostrata e opinabile”. Una premessa: il mio post segue la riflessione della Prof.ssa Franca D’Agostini, ed in particolare il suo libro “Introduzione alla verità” ed. Bollati Boringhieri, lo dico intanto per dichiarare il mio debito, ma, soprattutto, perché Franca D’Agostini ha un approccio alla filosofia che mi piace. Naturalmente la volgarizzazione e l’uso che faccio delle sue tesi è mio perciò non va considerata responsabile dei miei fraintendimenti o delle debolezze argomentative qui esposte, il libro consta di 359 dense pagine ed a lui rimando per un maggiore approfondimento. Il ragionamento sarà diviso in più post, in questo affronterò la Verità in generale.
La critica nasce dal collegamento del termine verità con la logica per cui è giusto ritenere che si usi con un senso forte. Vero, in questo caso, corrisponde ad una corrispondenza forte tra l’affermazione e la cosa, come nel principio di identità A=A, una cosa è uguale se stessa. Si tratta di un’ovvietà, in filosofia si parla di tautologia, un principio formale. In effetti quando ai miei studenti cerco di spiegare empiricamente cosa sia la verità uso esempi geometrici, vero è che la somma degli angoli interni di triangolo è 180°. Geometria e matematica sono linguaggi formali e perciò quanto di più simile alla verità logica, almeno sino al ‘900 :) Ma in realtà nelle mie argomentazioni la verità riveste un ruolo diverso e più generale, di cui il significato logico è solo uno dei significati particolari. Proviamo a vedere quali sono le caratteristiche della Verità, senza per ora assumere alcun significato diverso da quello del linguaggio comune, difendo la scelta di usare il linguaggio comune chiarendo che su cosa sia linguaggio dovrò scrivere dei post appositi, per ora lo do come artificio argomentativo: vi chiedo di leggere dando alla parola verità qualunque significato vi venga in testa, possibilmente il più generale possibile. 
La prima caratteristica della Verità è la sua DISPENSABILITA’ (scusa il maiuscolo, il grassetto o il corsivo su fb non funzionano), cioè il contrario di indispensabilità. Possiamo vivere, agire e parlare benissimo senza utilizzare la Verità. Quando poso un libro su un tavolo non è necessario pormi il problema se il tavolo sia vero, lo faccio e basta. Questo disturba sempre gli studenti al loro approccio con la filosofia, si pongono domande stupide, inutili. Anche parlando con altri posso evitare di pormi il problema della Verità degli altri e delle parole, anzi tutti mentiamo o diciamo la verità a seconda dell’effetto che vogliamo ottenere nell’interlocutore senza nemmeno porci il problema della Verità, crediamo o meno alle parole che sentiamo a seconda di quello che vogliamo noi. Nella vita comune è possibile essere dispensati dal tema della Verità, tanto è vero che il mio critico e gran parte della filosofia moderna se ne ritengono dispensati, è un problema metafisico che possiamo considerare mal posto, obsoleto. Questo è perché veramente la Verità è dispensabile.
Ma una seconda caratteristica è che essa è anche UBIQUA, cioè appare ovunque quando meno ce lo si aspetta, in particolare appare quando si verifica la sua funzione che è la quarta caratteristica. Ad esempio sull’esempio del tavolo ed il libro, se non ritenessi vero il tavolo non ci poggerei il libro. Cioè è talmente ovunque sullo sfondo che diventa dispensabile. Come l’aria nessuno pensa sia intorno a noi, a meno che non venga a mancare per qualche fatto. Pensiamoci dobbiamo dare per scontato la verità di ciò che facciamo, altrimenti non potremmo farlo, anzi non l’avremmo proprio fatto. E’ talmente ubiqua che diventa persino inutile e ridondante porsi la questione: nessuno la mattina quando si sveglie e va in bagno a lavarsi si domanda “E’ vero che sono sveglio?” prima di andare in bagno e nemmeno si domanda “E’ vero il bagno?” eppure se non fosse vero che è sveglio non potrebbe andare in bagno. Sta lì di sottofondo una questione dispensabile, di cui non abbiamo bisogno e possiamo affermare o negare indifferentemente.
La terza caratteristica la TRASVERSALITA’. Questa è una proprietà meno evidente, un esempio: siamo in una stanza, stiamo chiacchierando ed un amico dice “Piove”, guardo dalla finestra e dico “E’ vero”. Naturalmente si può considerare quel “E’ vero” come un “son d’accordo”, ma il fatto è che i soggetti dell’esempio sono tre: l’amico, io e la pioggia. Cioè la Verità è trasversale tra ciò che dico e faccio e le “cose”, qualunque siano le cose veramente, prima devono essere vere. Naturalmente esistono posizioni filosofiche negano l’esistenza delle “cose” al di fuori della nostra definizione di “cosa” che affermano che le cose esistono quando noi pronunciamo il loro nome, o le pensiamo, ma anche in quel caso s’introduce tra noi e la cosa detta, o pensata, la Verità. Persino Dio quando disse “Fiat Lux” introdusse nella parola e la creazione la Verità, pensate se avesse detto “Fiat lux” e la luce non fosse stata creata, sarebbe rimasta la parola, ma anch’essa è una cosa perciò è vera. In realtà il Dio delle religioni non ha bisogno della Verità, ma questo esula da questo post e chi vuole può leggere l’argomentazione nel libro.
Infine, ma non per ultimo, la Verità ha una FUNZIONE SCETTICA, cioè appare come questione quando dubitiamo. Torniamo al tavolo ed il libro, poggio tranquillo, ma se dubito che il tavolo regga il peso mi domando “Sarà vero che reggerà”. In questo caso la verità dispensabili, ubiqua e trasversale diventa una questione importante, potremmo dire che appare come problema. Sembra starno perché noi attribuiamo alla parola un significato di certezza, ma è il contrario la sua funzione appare quando dubitiamo. Non ha senso dire “E’ vero che Dio esiste” basta “Dio esiste”, ma se parliamo con un non credente allora entra in funzione la Verità.
Sinora vi ho detto quale siano la caratteristiche fondamentali della Verità secondo me, non ho detto né cosa sia, né se sia conoscibile dall’uomo o da altri, né se sia esprimibile con il linguaggio… ho solo dimostrato la sua esistenza, l’importanza della questione. Ora si potrebbe ritenere che vero sia ciò che crediamo vero, potrebbe esser l’accordo tra gli uomini per cui sarebbe eristica o retorica, ma anche in questo caso avremmo detto cosa sia, ma non negato la sua esistenza. Intendo dire che un argomento del tipo “poiché le verità sono molteplici, allora la verità non esiste” è debole perché si basa sul fatto che la verità sia una che è un presupposto, vero, ma non c’entra. Se affermo la “verità è una” o “la verità è molteplice” in quale dei due casi nego l’esistenza della Verità? Ovviamente in nessuno dei due, semplicemente nego alcune sua caratteristiche che non sono essenziali. Non sono essenziali perché la quantità è una caratteristica dei concetti, ma la Verità è un metaconcetto, cioè lo sfondo da cui nascono i concetti. Un tempo si sarebbero detti trascendentali: Il Vero, il Buono, il Bello, il Giusto. La Verità tra tutti è quello principale anche se i metaconcetti hanno la caratteristica di essere molto simili, quasi sinonimi per i greci lo erano. Tanto è vero che sarebbe bene usare il termine “funzione V” al posto di Verità, infatti essa non è una cosa, un concetto, è la funzione che da origine alle cose e si manifesta con il dubbio sulle cose.
Inoltre anche la frase “la verità non esiste” comporta che se la verità non esiste, allora la frase è vera, e riappare la verità, se la frase è falsa allora la verità esiste, persino se la frase fosse falsa per alcuni e vera per altri essa esisterebbe. 
Chiedo scusa a Franca d’Agostini per l’estrema banalizzazione di un libro bellissimo in cui vengono, tra l’altro, prese in esame le diverse forme con cui è stato affrontato il problema e, dopo aver dimostrato, credo, l’esistenza del problema Verità vi rimando ai successivi post sul suo possibile uso nei diversi ambiti. Diletta Di Bartolo

 

Seconda parte sulla Verità. Abbiamo visto che le caratteristiche della Verità sono, secondo me: Dispensabilità, Ubiquità, Trasversalità e Funzione Scettica. In particolare l’ultima fa si che il problema di cosa sia vero o meno si verifichi solo in condizioni di incertezza, ad esempio se mi dicono “Piove” mi domando “Sarà vero che piova?” e vado alla ricerca della verità, utilizzando la trasversalità, cioè guardo dalla finestra se si vede quel fenomeno che chiamiamo “pioggia”, collego ciò che mi è stato detto “piove” alla presenza di “pioggia” e giungo alla verità “E’ vero”. Nel caso della logica o della scienza la funzione di verità, pur essendo presente (ubiquità) non è necessaria (dispensabilità) perché sostituita dal metodo. E’ noto il procedimento di Cartesio: utilizzo il dubbio per giungere ad una verità incontrovertibile, il Cogito, e da lì deduco il resto. Sino a quando non viene inserito il dubbio sul cogito il meccanismo ha dei piccoli aggiustamenti, delle variazioni, ma funziona inalterato, non ho dubbi né sul pensiero né sull’Io pensante, quando viene aggredito il cogito, sostanzialmente con la critica al principio di causa di Hume che impedisce di passare dal pensiero all’esistenza, proprio utilizzando in maniera forte la funzione di verità, occorrerà cambiare le cose e con Kant si elimina la Verità per salvare la Scienza. Ho detto si elimina, ma non è corretto perché la Verità sta sullo sfondo, si trascura la funzione V che riapparirà non appena si penserà ai fondamenti. Prendiamo la Geometria, luogo in cui la funzione V è più negletta, chi metterebbe in discussione che “in un triangolo rettangolo la somma dei quadrati costruiti sui cateti è uguale al quadrato costruito sull’ipotenusa”? Vogliamo metterlo a votazione? Non sembra necessario, dati i postulati di Euclide, posso omettere di formulare il teorema come “E’ vero che in un triangolo rettangolo la somma dei quadrati costruiti sui cateti è uguale al quadrato costruito sull’ipotenusa“. Poi come è raccontato in un interessante libro di Laura Catastini,Franco Ghione “Geometrie senza limiti. I mondi non euclidei” ed. Il Mulino lavorando sui postulati, in particolare il quinto, si scopre che non è vero, o meglio che non è sempre vero. La funzione V dispensata per secoli poiché è ubiqua riappare con il dubbio (ma sarà vero il quinto postulato?) e tutto cambia. E’ noto che il sogno di Leibniz era sostituire all’argomentazione il calcolo. Secondo ciò — scrive Leibniz — quando sorga una controversia, non ci sarà più necessità di discussione tra due filosofi di quella che c’è tra due calcolatori. Sarà sufficiente prendere una penna, sedersi al tavolo e dirsi l’un l’altro: calcoliamo (calculemus)! E questo sogno ha dato vita ad un’affascinante avventura che è la storia della logica formale sino alla Intelligenza Artificiale, il computer con cui sto scrivendo è figlio di quel sogno. E’ tutto funzionava sin tanto che qualcuno non metteva in dubbio, sin tanto che non rientrava in funzione la funzione V. E’ noto che Frege aveva raggiunto risultati eccezionali verso un linguaggio logico che fondasse la matematica sulla logica, ma che Russel, ed altri, aveva messo in dubbio tutto con un paradosso, in realtà un antinomia, ma vabbè è lo stesso ai fini del nostro discorso . E’ questo il motivo per cui in logica c’è un fortissimo interesse per i paradossi. Sino a giungere ai teoremi di incompletezza, di indecidibilità, di indeterminazione, di impossibilità. Quella situazione denominata “crisi dei fondamenti” che ha visto naufragare il programma di Hilbert, “Dobbiamo sapere, sapremo”, e che ingenuamente viene letto come “Non c’è nessuna verità”, quando invece è proprio il riapparire della funzione V che diviene fonte di nuove logiche, nuove matematiche, nuove geometrie. La Verità nella sua funzione scettica guida il progresso, rifondando le scienze ed aprendo nuove, e più profonde, comprensioni. La Verità funziona anche nelle scienze con le sue incredibili proprietà, ma il luogo in cui regna è nell’argomentazione, trascuro il problema del linguaggio perché lo affronterò dopo e merita un approfondimento. Quando qualcuno afferma qualcosa, prima di rispondere mi domanderò se sia vero, cioè eserciterò la funzione V che, perciò, è all’origine della discussione. E si badi il fatto che ciò che è affermato sia o meno vero o che il mio sia un accordo basato sulla persuasione, operata dall’abilità dell’interlocutore, non elimina affatto la funzione V anzi la rafforza. Chi afferma prima di dire dovrà domandarsi esso stesso se ciò che sta dicendo sia vero, poi potrà decidere di non dirlo o di dire il falso, ma la domanda se la dovrà fare. E chi ascolta può decidere di concordare con qualcosa di falso, ma anch’egli si sarà posto la domanda. Poi può benissimo essere che chi parla abbia un fine che non ha a che vedere con la Verità o la sua ricerca bensì con la ricerca del consenso, ma dovrà aver fatto i conti con la funzione V (mi crederanno se la dico così? La mia menzogna apparirà vera?). L’idea che l’argomentazione possa prescindere dalla funzione V e possa ridursi a retorica o eristica, cioè a metodo, è ingenua, possibile, efficace, ma, come nella scienza e nella logica, la Verità riappare insinuando il dubbio. Daniele vede bene l’origine socratica del ragionamento e insinua il dubbio che Socrate sia stato un sofista più abile dei suo interlocutori, così facendo discute con me utilizzando la funzione V (Sarà vero che il metodo socratico ha come scopo la ricerca della Verità?) Pone la domanda ed io devo cercare la risposta e per farlo mi devo interrogare (sono sicuro? E’ vero?) Possiamo anche essere dispensati nell’argomentare dalla Verità, ma essa c’è, funziona. No, non sono sicuro che Socrate cercasse la Verità, forse aveva come obiettivo la salvezza della Polis o era come lo descrive Aristofane, ma se continuiamo a discutere di questo, con qualsiasi intento lo si faccia, la funzione V opera. Discutiamo pure per convincere o vincere, ma nel farlo cerchiamo o ci poniamo il problema della Verità e, tra l’altro, tra me e Daniele si frammette un altro, Socrate (trasversalità). Possiamo arrivare al vera Verità? Se discutiamo siamo già in presenza della Verità perché la usiamo come funzione V. ma quale Socrate è “vero” quello mio o quello di Daniele? Ma non è importante che ci sia un Socrate “vero”, importante è che noi ci si ponga la domanda e nel porla si “fondi” Socrate . In un certo senso questa definizione di Verità è controintuitiva, la Verità come domanda e non come risposta. I dogmi religiosi, la Rivelazione sono luoghi in cui la funzione V non ha senso. Cos’è la verità? Domanda Pilato. “Io sono la verità” ha senso porre la funzione V su questa risposta? Stanno argomentando pilato e Gesù? Ovviamente no, utilizziamo la funzione V stiamo facendo teologia non religione. Resta ora da definire se questa definizione di Verità funzioni in politica, per dirla breve se lo spazio politico sia un luogo in cui la Verità ha una funzione o se sia simile alla religione un luogo della Rivelazione. La questione non è semplice e sarà oggetto del prossimo post. Una chiosa per un’amica (Diletta) Nietzsche è l’autore che maggiormente ha lottato contro la Verità e maggiormente ha utilizzato la funzione V. Ha visto il carattere fondativo della verità, la Verità come il Bene sono cose umane e non divine, ed ha profetizzato che l’uomo debba tramontare per veder apparire l’oltreuomo, la profezia era corretta, abbiamo visto l’oltreuomo, ma non era affatto un superuomo, l’uomo come ponte tra la bestia ed il superuomo, era un “uomo banale”, cioè, in fondo, una bestia.

 

E arriviamo al terzo post che affronta la questione del rapporto tra Verità e Politica. L'ambito politico è il più ostico al rapporto con la Verità. Infatti lo spazio politico è legato al tema delle scelte ed, in definitiva, del Potere. L’uomo che si occupa degli affari pubblici, qualsiasi sia la forma istituzionale in cui vive (monarchia, oligarchia o democrazia), ha come obiettivo la direzione degli altri, cioè il Potere. Naturalmente non è ininfluente la forma istituzionale in cui si esercita l’attività politica, diversi saranno i mezzi per la partecipazione, ma sostanzialmente l’attività si riduce al Potere. Peraltro in tutte le relazioni sociali il tema del Potere è presente, Kant ne derivava la natura nella “sociale insocievolezza” da qui il conflitto. Tra Verità e Potere vi è un’insopprimibile antagonismo. Per poter far fare o non far fare qualcosa a qualcuno occorre la Forza, questa forza si consolida nell’Autorità. Quando a scuola uno studente mi chiede “Posso andare in bagno?” ed io rispondo di si o di no esercito il Potere, se rispondo “Si” va altrimenti non va, la Forza che esercito è derivata dall’Autorità, il mio ruolo di insegnante che riposa nel riconoscimento da parte dello studente del mio ruolo e del suo. Naturalmente il mio potere non è assoluto, è limitato dalla Legge che stabilisce come, quando ed in che misura posso esercitare la Forza prevedendo la Sanzione, se lo studente trasgredisce posso punirlo. Insomma il Potere risiede nell’obbedienza dei soggetti ad esso, lo diceva bene Etienne de La Boetie. Nell’ esercizio del Potere l’Autorità non risponde a nulla di diverso dal suo esercizio, se non alla Legge che ne fissa i limiti. Il Potere deve mentire, esistono cose che non possono essere rivelate a chi è soggetto al potere. La Menzogna non è sempre negativa, nessuno potrebbe sopravvivere alla luce della verità ogni istante, ognuno di noi inganna e si inganna. Molte menzogne sono a “fin di bene” ed il Potere conosce gli “Arcana Imperi”, segreti inconfessabili da occultare. La funzione scettica V (“sarà vero?”) è mortale per l’Autorità perché la mette in discussione e quando l’Autorità è messa in discussione e alla Forza che si affida. L’esempio dell’insegnante: “Posso andare in bagno?”, “No”, “Perché?” posso rispondere e spiegare il perché ed allora affido la mia Autorità alla ricerca del consenso oppure dire “Perché lo dico io” e mi affido alla Forza, ma comunque l’Autorità è stata messa in questione dalla funzione V. La Politica come gestione del Potere trova la sua forma più perfetta nei totalitarismi che mirano ad un’Autorità incondizionata, per questo i Ministeri più delicati sono il Ministero della Verità e quello dell’Amore, Orwell li chiama così per svelare il fondamento nella Menzogna. Il Potere totalitario prima isola l’individuo ne impedisce l’esercizio della funzione V nel “privato, come la uso anche parlando con un famigliare se sono ascoltato dall’Autorità o se il famigliare può essere indotto a rivelare quello che dico? Poi riscrivo i fatti, modifico la realtà trasformando il vero in falso ed il falso in vero, il lavoro di Smith in 1984, se non funziona allora interviene il Ministero dell’Amore con la Forza. Tutto è mirato ad eliminare la funzione V, cominciando dal controllare ciò che è accaduto, il Passato. In democrazia è più difficile perché la democrazia prevede il consenso, cioè la partecipazione collettiva e nella discussione la funzione V ritorna, essa è ubiqua. Allora la si neutralizza anziché attraverso il controllo delle informazioni, attraverso il suo eccesso. C’è una battuta significativa:”La differenza tra dittatura e democrazia sta nel fatto che nella dittatura non puoi dire ciò che pensi perché ti ascoltano, in democrazia puoi dire quel che vuoi tanto non ti ascolta nessuno” La funzione V può essere neutralizzata perché la Verità è dispensabile, possiamo sostituirla con l’idea che ci siano molte verità o che essa non esista perché ogni cosa è relativa, possiamo anche neutralizzarla usando al massimo: se tutto è vero allora non c’è nessuna verità. Si sostituisce alla funzione V una superfunzione scettica che mette in discussione tutto e così si fonda il Potere non sulla proibizione della funzione V, ma su un suo uso eccessivo. Sono le famose fake news, esse non servono a rivelare questo o quello, ma ad inquinare il dibattito per sostituire alla funzione V il “sospetto”. Persino la mia difesa della funzione V è sospetta o sospettabile, “in fondo difendi la Verità per appropriartene e rendere il tuo discorso più forte”. Se facessi politica ed il consenso avesse senso per me, diciamo un senso maggiore dei like di questo post come dei voti per essere eletto, la funzione V esercitata sul mio post troverebbe fondamento. Ma il problema è conviene al Potere ed al potere democratico in particolare fare a meno della Verità? Apparentemente si, se riesco a convincere ottengo consenso e per convincere mi basta la retorica, lo storytelling. Ma sostituendo alla discussione l’ ”argomentazione” con la “narrazione” divengo vulnerabile perché la funzione V viene dispensata, ma continua funzionare. Dice il governo “con questo provvedimento abbiamo prodotto un milione di posti di lavoro”, interviene la funzione V, “sarà vero?”. In un mondo in cui il dibattito politico è ridotto a retorica è falso per definizione perché anche se fosse vero non conterebbe la Verità, ma come viene raccontata. Perciò è lecito dubitare di ciò che dice il potere. Umberto Eco parlerà di deriva interpretazione e di semiosi infinita. Se oggi Matteo Renzi dicesse una cosa vera, capiterà anche a lui?, non verrebbe creduto e lo stesso accade a Berlusconi, persino un improbabile come Donald Trump viene seguito e creduto. Credo che anche ad un politico in carriera convenga dire la Verità. I dati Istat dicono che non è in atto nessuna invasione e che i flussi si sono ridotti, ma i semafori delle nostre città dicono il contrario. E l’Istat è uno strumento del Potere perciò mente. A sentire dei miei amici i migranti sono mostri assetati di sangue, pronti a delinquere ed è difficile vedere nel ragazzo al semaforo che vuole una monetina o lavarti il parabrezza un delinquente, però ti da fastidio la sua presenza, la xenofobia è un fenomeno ancestrale, perciò il fatto sia o possa diventare un delinquente è possibile. Eliminando la funzione V dal dibattito pubblico, togliendo l’onere di dimostrare la verità di ciò che affermiamo seguendo delle regole rigide, su questo la questione del linguaggio prossimamente, abbiamo ridotto la discussione alla Forza, tu argomenti e ti senti dire “quanti voti hai preso?” “ sei quello del 3%”. Chi lo fa slitta verso una dimensione politica che è quella “totalitaria”, cioè una dimensione politica in cui la funzione V non possa essere esercitata, divenga addirittura impensabile. Che interesse ho a discutere se non esiste una Verità? O voglio esercitare un Potere retorico oppure è inutile, ma se non discuto mi isolo e se mi isolo faccio un passo aventi verso il primo obiettivo di qualunque totalitarismo: impedire la partecipazione politica. Un tempo la discussione politica si esercitava attraverso i partiti e la stampa, spariti i partiti e ridotto la stampa a quel che è ridotta rimangono i social con le loro echo chambers. Questo fenomeno di scomparsa della funzione V, neutralizzazione della partecipazione, qualcuno ritiene ancora abbia senso votare, cioè l’elemento minimo della partecipazione politica in democrazia? è inquietante. Ma proprio perché la funzione V è messa in discussione occorre riproporla nel dibattito pubblico e occorre farlo nella sua dimensione più essenziale quella del linguaggio. Lo devono fare gli intellettuali, e non è il mio caso, lo devono fare i cittadini, ma credo convenga anche ai politici di professione. Oggi il politico non è credibile perché ha perso l’idea che esiste una “verità di fatto” che non può essere negata: un giovane che lavora per 600 euro al mese non è un lavoratore, si confronti l’articolo 36 della Costituzione “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e IN OGNI CASO sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.” Se definisco quel ragazzo lavoratore posso esser il Capo del Governo o l’ISTAT, ma lui non si considererà tale. Se sostengo che meglio 600 euro che la disoccupazione dico una cosa ovvia, ma falsa, chi lavora per 600 euro è, e si considera, uno sfruttato, non un fortunato. La sostituzione della funzione V con la retorica ha reso la politica “autoreferenziale”, “lontana dalla realtà dei cittadini” ed ha reso “credibili” chi si oppone alle narrazioni in nome di una funzione V che sia pure un appello alla xenofobia o alla “democrazia diretta” Conviene alla politica ed ai politici lo storytelling? E soprattutto conviene alla democrazia?

 

E arriviamo all’ultimo post di risposta alle critiche di Daniele con una precisazione: perché ho scelto Daniele come interlocutore? Semplicemente perché Daniele ha espresso benissimo le motivazioni per le quali il tema della Verità è scomparso dal dibattito pubblico. Le sue critiche sono fondate e fanno parte del pensiero filosofico del Novecento. Al margine del tema del linguaggio, che affronterò a breve, è apparso nei commenti di Daniele il nesso Verità-Potere come appare nell’opera di Foucault. In breve le relazioni sociali sono relazioni di potere, la parola istityuisce queste relazioni e la Verità le cristallizza in “soggettivizzazione”, crea il soggetto e lo domina. Il culmine di questo processo iniziato con Socrate è la Biopolitica, il potere sulla vita stessa. Ora tutto bene, sembrerebbe che il mio richiamo alla funzione V sia un processo di “soggettivizzazione”, di fatto mi ergo a giudice delle argomentazioni altrui in nome della logica, cioè una tecnica. C’è un carattere “autoritativo”, ed autoritario, nel discorso che sto facendo è ovvio, secondo me nasce dal carattere fondativo della funzione V, solo a porla pone questioni non “naturali”, ma politiche. Il fatto è che Foucault stesso dopo aver decostruito le funzioni del Potere e della Verità nelle sue ultime lezioni mostra un’ enorme fiducia, decisamente maggiore della mia, nella funzione V, egli parla della parresia (cfr. Il coraggio della verità), cioè del parlare onesto come un modo, l’unico modo, per destrutturare il Potere. Cioè F. vede quell’opposizione tra Verità e Potere così come appare nei dialoghi sulla morte die Socrate (Critone). Socrate ha fondato la verità, e la menzogna apollinea come denotava Nietzsche, ma Socrate l’ha fondata come ribellione al Potere. Come è stato ben osservato da Sandro Chignola (https://www.youtube.com/watch?v=HlpjbaVlCV0 dura un’oretta, ma vale la pena) “In conclusione, il ruolo dell’intellettuale si colloca dentro un’etica della verità che attraverso le parole e i gesti deve essere trasmessa con l’essere franchi, con il dire la verità fino in fondo a qualsiasi prezzo, con l’affrontare chi detiene il potere smascherandone la nudità e infine con il fare una politica della filosofia.” Credo di potermi ben vedere come un microscopico lettore di Foucault e di poter riassumere i “maestri del sospetto”, come sono stati talvolta definiti, all’interno di un discorso che contempli la funzione V. E’ proprio nel linguaggio che tutte le problematiche vengono fuori. La critica è:”Il nostro pensiero vive nel linguaggio. Il linguaggio è “aperto”, polisemico, in continua espansione come può, anche volendo, esprimere una cosa “vera”?” Nomina nuda tenemus. Ebbene io ho sostenuto che la Verità ha una caratteristica, la trasversalità, che rimanda ad una realtà “esterna” alle parole. In verità, scusate il gioco di parole, io credo che fondi l’ “oggetto”. Vediamo la questione nelle parole. E’ ovvio che nel linguaggio una parola non abbia un significato univoco, questo è il motivo per cui usiamo simboli matematici o logici, ma un campo semantico, cioè un insieme di significati. “Quel ramo del lago di Como”, “la filosofia è un ramo delle scienze umane” , “un ramo di quercia” etc...etc… sono tutti rami diversi e posso anche, poeticamente, estendere il campo semantico quasi all’infinito, ma il trucco è nel “quasi” perché vero che il campo può essere esteso, ma non all’infinito e, soprattutto, nell’estenderlo utilizzerò consapevolmente il “significato” originario. Wittgeinstein parlò del linguaggio come di un “gioco” con regole sociali e storiche, ma questo non esclude le regole, anzi proprio il termine “gioco” limita enormemente le possibilità di espansione. Se leggo un romanzo devo concordare implicitamente che quello che mi viene raccontato è inventato, devo sospendere l’incredulità, che senso ha chiedersi “Ma veramente Anna Karenina si è uccisa?” Eppure all’interno dell’universo di Anna, il romanzo, quel fatto è un fatto. Volendo è più limitato un testo di quanto non sia la natura, infatti per affrontare la fisica si è dovuto creare la metafora del “libro della natura”. Certo posso scrivere l’Ulysses le cui regole non sono quelle del Conte di Montecristo o dei Promessi Sposi, ma le regole ci sono. Nell’interpretazione il lettore è libero, ma alcune interpretazioni sono più “corrette” di altre. Non mi dilungherò nel tema che ha ossessionato Eco dei “limiti dell’interpretazione” e del “vero e falso” perché ci condurrebbe lontano, sebbene sia assolutamente pertinente, mi limito a cercare di definire le regole del gioco del “dibattito pubblico”, il “dibattito politico” ha le sue, ma è il “dibattito pubblico” che dovrebbe costituire lo spazio politico all’interno del quale si svolge il “dibattito politico”. Si tratta quindi di fissare i limiti e le regole del “dibattito pubblico”. La mia, ovviamente, è una proposta, nulla può fissare siano le uniche regole o le migliori, semmai le più convenienti per coloro i quali credono nelle regole liberaldemocratiche. Secondo me le regole debbono essere quelle del “discorso argomentativo” diverse da quelle del “discorso deliberativo” o da quelle del “dibattito eristico o retorico”, tipico del dibattito politico, sebbene anch’esso si gioverebbe delle regole del “dibattito argomentativo”. Nel discutere tra noi in dissidio perenne ed irresolubile conviene rispettare la funzione V, quella scettica e trasversale. Conviene perché stabilizza la partecipazione, cioè permette a chi la pensa diversamente di discutere al piccolo prezzo di rinunciare all’idea di “vincere” o “convincere” ed, inoltre, permette di limitare e disciplinare il “dibattito politico”. C’è anche la possibilità di pervenire ad “accordi parziali” o “disaccordi radicali”. Resta da definire se sia possibile il “parlare onesto”, la parrasia di Foucault, a mio avviso sì, basta prendere gli stratagemmi di Schopenhauer e metterli “fuorigioco” chi li usa è in “fallo”. Non vuol dire abbia torto, ma vuol dire non abbia ragione. Difficilmente in una discussione, argomentata, troveremo chi “abbia ragione”,ma, sicuramente troveremo chi ha torto, cioè chi ha usato argomenti scorretti. In questa operazione di pulizia, o polizia come, argutamente, dice Eco la logica ha il suo ruolo, non come decisiva della Verità, ma decisiva verso il Falso. Qui un tema che ho paura di affrontare: ho letto tutti i libri di Eco meno Baudolino, iniziato mille volte e mai finito. In questo la mia riconciliazione con Daniele, forse lui vede cose che io non vedo, in particolare come il Falso, l’Arte, sia il motore della Storia. Non mi resta che ricordargli che se non son riuscito a finire Baudolino ho, invece, finito il “Cimitero di Praga” :)