Un caso di manipolazione mediatica e di “egemonia” culturale: il contributo volontario delle scuole

Il fatto:

Per molti anni le scuole superiori hanno usufruito della possibilità di impinguare le scarne casse scolastiche con il cosiddetto contributo volontario chiesto alle famiglie, deliberato dal Consiglio d'Istituto, nel quale ci sono i rappresentanti di genitori e studenti.

Sino circa al 2007 nessuna discussione è mai sorta in merito a quella che appariva come una “tassa d'iscrizione” aggiuntiva. La cifra si aggira all'incirca intorno ai 100 euro annui. Nel tempo questa voce è diventata sempre più importante per le scuole, man mano, che i fondi statali si riducevano per i feroci tagli imposti dai diversi governi. I fondi servivano per far funzionare alcuni laboratori, pagare l'assicurazione degli alunni o le pagelle ed i libretti delle giustificazioni, spesso per sostenere nelle attività aggiuntive (viaggi istruzione, corsi o esami d'informatica o lingue) alunni in difficoltà economica. Intorno al 2009 alcuni siti online, poi alcuni deputati, quindi trasmissioni quali “Le Iene” e “Striscia la Notizia” hanno fatto esplodere lo scoop che alcune scuole chiedevano di pagare “coattivamente” chi non contribuiva volontariamente. Denunce, interrogazioni parlamentari, proteste, circolari esplicative del Ministero ribadivano che non poteva essere richiesto il pagamento coattivo, mentre era legittima la richiesta di contributo volontario. Da quando il caso è diventato mediatico le famiglie hanno in gran parte smesso di versare il contributo, chiedendo di verificare ogni voce di spesa, su questo supportate dall'ADICONSUM, contestando quelle che apparivano non rispondenti al potenziamento dell'offerta formativa ed, in definita, volendo decidere dettagliatamente la destinazione delle somme. Peraltro la questione appare risolta poiché le somme si sono ridotte al punto da essere quasi scomparse.

 

Un'ipotesi di analisi su quanto è successo

 

Nel post proverò ad ipotizzare che questo fatto minimo sia causa ed effetto di una profonda e minacciosa trasformazione del rapporto del cittadino con il pubblico, attuata mediante una trasformazione dello stessa concezione di cosa sia un cittadino.

Oggi, infatti, siamo abituati a considerare i rapporti sociali sotto la forma dello “scambio” (ti do una cosa in cambio di qualcosa), in genere uno scambio monetario. Espressioni come “non esistono pasti gratis” o “tutto ha un prezzo” sono diventati luoghi comuni. L'idea è che noi si sia degli individui razionali che hanno come obiettivo la massimizzazione di ciò che riteniamo utile, mediante un attento esame dei rapporti costi/benefici. E' l'idea dell'homo economicus, che generalmente si realizza con l'identificazione della persona come consumatore.

L'idea è talmente comune da essere diventata l'unica, ma in realtà la comparsa di questo tipo di uomo (il consumatore) è relativamente recente nella storia umana, diciamo che ha circa due secoli, per qualche millennio sono esistite forme di rapporti economici e sociali diversi da quelli dello scambio e le motivazioni umane sono state diverse da quelle del consumatore ed, ancor oggi, una gran parte, ma sempre meno come vedremo, delle relazioni sociali si svolgono secondo modalità diverse e più antiche.

Ad esempio la modalità della “reciprocità”, diamo qualcosa attendendoci che, al momento giusto, riceveremo qualcosa. E' il sistema del dono. Ancor oggi se invitati a cena da qualcuno, amico o conoscente, non ci recheremo a mani vuote, ma non ci sogneremo di pagare la cena e nemmeno compareremo il “dono” con il costo della cena, in verità qualcosa del genere avviene se ad invitarci è un conoscente con cui non abbiamo una lunga consuetudine. Vale lo stesso per il bar nella pausa caffè, ogni tanto offriamo noi, ovviamente attendendoci che la prossima volta paghi l'amico. Questa modalità, assai arcaica, ha come scopo la costruzione di rapporti sociali solidali, la costruzione di una consuetudine, il rafforzamento dei legami. Ciò detto in estrema sintesi e semplificando molto la questione, poichè la modalità della “reciprocità”, pur arcaica, è assai complessa.

Un'altra modalità apparsa nella storia è quella della “distribuzione”. Le risorse appartengono a qualcuno che le ridistribuisce costruendo rapporti di potere. E' la modalità dell'economia feudale e, spesso, s'interseca con la modalità della “reciprocità”. Anche nel dono, il valore del dono costruisce rapporti di potere. I rapporti che si costruiscono “cementano” rapporti sociali e formano comunità. 1

Queste modalità, pur divenendo sempre più importante quella dello “scambio”, hanno convissuto, ognuna offrendo pregi e difetti, venendo applicate nei diversi ambiti. Ad esempio nei rapporti con il pubblico, lo Stato, la funzione “redistributrice” è stata importante2, così come quella del dono lo è stata nella famiglia, anche allargata.3

Credo che nella scuola il contributo volontario abbia avuto come caratteristica quella di costituire un elemento per la costruzione della comunità scolastica, nella forma del “dono”.

Ognuno sa quanto l'aver frequentato una scuola contribuisca a costruire l'identità sociale, anche a distanza di anni, l'apprendere da chi si conosce, la comune frequenza di un istituto scolastico, anche in anni diversi, “lega”. E spesso ci si rincontra con i vecchi compagni di scuola e, talvolta, si “ritorna” in visita alla vecchia scuola.

Insomma la scuola, ed addirittura la sezione, serve non solo all'istruzione, ma contribuisce alla costruzione dell'identità sociale e quindi alla formazione di una comunità con valori condivisi.

Dire che la scuola è anche il luogo della socializzazione e della costruzione dell'identità nazionale non è un'esagerazione ed, anzi, è stato il compito fondamentale della scuola per lunghi anni.4

Dagli anni '80 ad oggi, purtuttavia, lo sviluppo economico e sociale ha visto il tentativo, riuscito, di costruire un'egemonia che riduca i rapporti all'unica modalità dello “scambio5

Egemonia nata in ambito economico con il pensiero neoliberista, l'individualismo metodologico e gli studi sui rapporti sociali e politici alla luce di questo6 e diffusasi a livello ideologico, mediante la costruzione di una “società di mercato”7, ovvero delle società che si organizzano obbedendo alle regole del mercato (individualismo, rapporto costi/benefici, concorrenza, competizione, efficienza...)

Insomma il mercato regolato dalla modalità dello scambio, “invade” le comunità ed ovviamente le mina dall'interno e le distrugge, poiché le sue regole non prevedono nulla di superiore all'individuo8

La scuola, intesa come comunità, è un “bene pubblico”9, ovvero un luogo le cui risorse sono utilizzate liberamente da tutti. Ovviamente un bene “pubblico” come la scuola è soggetto al fenomeno del “free rider”10, cioè colui che massimizza il proprio utile, scaricando i costi sulla collettività, visto che non può essere escluso dall'uso dei servizi. Si comporta da free rider lo studente che butta la carta a terra o chi non spegne la luce uscendo, ma anche il genitore, che non paga il contributo volontario, ma il cui figlio assiste alla proiezione di un film utilizzando il videoproiettore11 o l'usura della sedia che utilizza per un progetto pomeridiano, di cui pur copre i costi vivi.

Se il “free rider” si diffonde il bene pubblico non viene finanziato e non viene più fornito, per questo lo Stato finanzia i beni pubblici con la tassazione obbligatoria. Questo spiega, anche se non giustifica, quei presidi che, di fronte al diffondersi del fenomeno del free rider, hanno tentato di trasformare il contributo volontario in “tassa d'iscrizione” da riscuotere coattivamente.

Il fatto è che di fronte al ridursi del finanziamento statale delle scuole, il contributo volontario è divenuto indispensabile per fornire servizi adeguati, altrimenti le scuole sarebbero aperte sino alle 14,00, il materiale tecnologico sarebbe inesistente o obsoleto12

Una soluzione potrebbe essere quella di eliminare il contributo volontario e offrire servizi al costo pieno, o addirittura con un profitto, ovvero trasformare un scuola in un'azienda, ma ovviamente i servizi sarebbero offerti solo a coloro che possono permetterseli, ad esempio in una classe si paga una tariffa per l'utilizzo dell'aula multimediale, e se l'intera classe non paga? Se non paga un ragazzo perché non vuole usufruire del servizio? E' ovvio che l'intera questione è assurda, necessiterebbe di una privatizzazione dell'istruzione pubblica, che poi è l'obiettivo finale dell'intera questione ed ovviamente, in questo caso, parlare di comunità diventerebbe un assurdo.

C'è un'altra possibilità di risolvere il problema del free rider: considerare la scuola come un “bene comune”13

In effetti la stessa idea del “contributo volontario” va in questa direzione. Un bene comune non è un bene pubblico, poiché non è “non escludibile” e “non rivale”, ma non è un “bene privato” poiché è gestito collettivamente. Le condizioni per cui un bene comune non sia soggetto alla “Tragedia dei Commons”14, ovvero non venga distrutta dall'apparire del free rider, sono quattro15:

  1. la partecipazione diretta degli utilizzatori al monitoraggio;

  2. la gradualità delle sanzioni ai trasgressori;

  3. la comunicazione faccia a faccia;

  4. la possibilità di escludere gli estranei;

  5. l’assenza di cambiamenti tecnici o sociali accelerati.

Di questi nella scuola il più complicato è il punto 4, ovvero la possibilità di escludere gli estranei. Infatti c'è sempre la possibilità che alcuni frequentanti della scuola possano, per i motivi più diversi, sentirsi degli estranei e, non potendo essere esclusi, comincino a comportarsi da free rider. La loro apparizione mina la possibilità di gestione del “bene comune”.

Nella vicenda hanno giocato un ruolo determinante le trasmissioni televisive, i blog di studenti e persino l'ADICONSUM. Tutti i partecipanti hanno, più o meno consapevolmente, assunto il ruolo di cittadini/consumatori ed analizzato la vicenda con un'analisi costi/benefici, rifiutando il ruolo partecipativo che avrebbe spinto a porre la questione in Consiglio d'Istituto o nelle assemblee degli studenti. L'individualizzazione della scelta di pagare o meno ha prodotto l'emergere dei free rider ed ovviamente le esigenze di trasparenza e co-decisione sull'uso delle risorse ha mascherato semplicemente il cambiamento di ruolo da parte di una comunità in individuo che usufruisce di servizi (consumatore)16

Se le logiche scolastiche seguiranno questo corso presto i clienti chiederanno di studiare questo o quella disciplina o che gli insegnanti utilizzino questa o quella metodologia17 Ovviamente il sistema si adeguerà al meccanismo di mercato18, ma il risultato sarà l'eliminazione del valore formativo ed educativo dell'istruzione pubblica19, la proposizione di un sapere utilitaristico immediatamente spendibile, conformista20 ed, in definitiva, una società in cui il senso civico e della collettività sia scomparso. Sulle macerie dominerà l'homo economicus, lo “sciocco razionale” di cui parla il Premio Nobel per l'economia Amartya Sen, e di questo tipo umano abbiamo molti esempi intorno a noi

 

1Per un'analisi articolata della questione rimando al “classico” Karl Polanyi La Grande trasformazione ed. Einaudi

2Con connesso uso delle risorse collettiva a fini di consenso.

3Si confronti il ruolo della famiglia come ammortizzatore sociale ed i trasferimenti tra le generazioni, assistenza agli anziani e sostegno dei genitori o nonni verso figli e nipoti..

4Si confronti, al netto della retorica risorgimentale, il libro Cuore o, per tempi più recenti, i diversi film con la scuola come protagonista, da “La Scuola” di Daniele Lucchetti, all' ”Attimo fuggente” di Peter Weir

5Tipica la frase di Margaret Tatcher “La società non esiste, esistono solo gli individui”

6Fondamentali gli studi del recentemente scomparso James Buchanan e la cosidetta Teoria della Scelta Pubblica.

7Il termine è ripreso da Polanyi.

8E' di questi giorni la proposta di legalizzare i patti pre-patrimoniali, contratti patrimoniali, tra futuri coniugi.

9In realtà per l'economia l'istruzione è un bene privato, anche se spesso, fornito dal pubblico. Si confronti Stiglitz Economia del settore pubblico. ed.Hoepli pag. 123. Un bene pubblico puro si caratterizza per “non rivalità nel consumo” e impossibilità dell' “escludibilità”. Ad esempio la difesa nazionale, il costo non aumenta alla nascita di un bambino che ovviamente usufruisce della difesa nazionale (non rivalità), né è possibile escludere dall'uso un individuo, a costi ragionevoli, ad esempio l'uso di un faro in mare. Ovviamente tanto meno l'istruzione è considerata un “bene comune”. Il dibattito è acceso, ad esempio per l'economia l'acqua ed il suo accesso è un bene privato (ovviamente il suo consumo è rivale ed è possibile escludere qualcuno dall'accesso). Sulla questione beni pubblici e beni comuni ho già scritto sul blog http://www.rosariopaone.it/?q=node/28

10Sempre Stiglitz op. cit pag 117-18

11Il contributo volontario è dedicato al potenziamento dell'offerta formativa, ma è difficile dividere l'offerta “normale” dal potenziamento, anche nel caso in cui il videoproiettore fosse acquistato con il finanziamento ordinario, non lo sarebbe, il superiore consumo di energia elettrica o l'usura dello strumento.

12Anche quando finanziato, ad esempio con fondi europei, la sua manutenzione è a carico delle scuole.

14La questione è stata posta da Hardin nel 1968

15Le condizioni nascono dagli studi di Elinor Ostrom, unica donna Premio Nobel per l'economia, recentemente scomparsa

16Con l'eccesso di genitori che rifiutano come motivazione del contributo volontario l'idea che possa servire a permettere l'accesso alle attività agli studenti svantaggiati economicamente, ovviamente perché dovrei pagare per una cosa di cui non usufruirò?

17Chi crede stia esagerando non è un insegnante e non ha partecipato agli ultimi colloqui con i genitori. O non ha seguito il dibattito sul Liceo Classico e lo studio delle lingue morte.

18In parte già ci siamo con il proliferare di un offerta differenziata di corsi di studio “a la cartè”

19Ed i numerosi casi di bullismo e le difese d'ufficio di genitori/clienti son già abbondanti e significativi

20Nulla che possa avere a che fare con la cultura ed il pensiero critico.